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Malcom & Marie, il (e in) classico bianco e nero del rapporto tra due congiunti

La pandemia non ha fatto bene all’amore: nel 2020 la percentuale delle separazioni è aumentata notevolmente rispetto all’anno precedente. Malcom & Marie, prodotto Netflix, è la prima pellicola ad essere stata completata dopo l’avvento del COVID-19. Scritto e diretto dal Sam Levinson di Euphoria, è la cronaca di una coppia costretta ad affrontare le conseguenze dei non detti, come molte persone durante una convivenza forzata. La storia non è nuova, il modo di raccontarla sì. 

«Siamo qui, noi soli, come ogni sera, ma tu sei più triste, ed io lo so perché». Casus belli, un grazie mancato. Dopo un incipit che ricorda quello di Eyes wide shut, Marie si lamenta di non essere stata citata nei ringraziamenti della premiazione dell’opera prima come regista di Malcom. Da qui lo scontro uomo donna che pare citare lo schema già collaudato dalla Nouvelle Vague. 

«Ti odio, poi ti amo, poi ti amo, poi ti odio». Il film ondeggia continuamente tra litigi verbali violenti e vani tentativi di riappacificazione. Lo schema è lo stesso, ripetuto costantemente, come fare le montagne russe, per svariate volte, fino all’ultimo respiro. Un cercarsi, anche attraverso il sesso, senza mai riuscire davvero a trovarsi.

«I tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai». Marie abbassa la superbia del compagno e si erge a Musa in ribellione contro il suo artista perché messa da parte. Lo descrive come nevrotico, narcisista e con un ego da artista incompreso. Fiume in piena che vuole sfondare gli argini del cuore e dei  pensieri di Malcolm, ricorda l’escamotage narrativo di Lars Von Trier per La casa di Jack.

«Piccolo uomo, non mandarmi via. Io piccola donna morirei». Il personaggio di Marie è scritto mettendolo in continuità con il lavoro che Zendaya ha fatto in precedenza, come se Marie fosse la Rue di Euphoria dopo una lunga riabilitazione. Con un passato di tossicodipendenza, una serie di ferite ancora non rimarginate, sembra aggrapparsi a Malcolm come a un’ancora di salvezza dalla quale  minaccia di staccarsi senza mai davvero farlo.

Malcolm & Marie: recensione del film Netflix di Sam Levinson
Zendaya in primo piano nella vasca

«Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti». Centosedici minuti di parole e silenzi che si consumano quasi in tempo reale in un unico ambiente, la loro sfarzosa abitazione situata in mezzo al nulla. Ricordando la villa di Parasite di Bong Joon-Ho, questa si trasforma da nido d’amore in prigione che intrappola i due protagonisti incapaci di uscire e scappare, se non dando  sfogo a pensieri e rimorsi.

Di qualità e di (eccessiva) quantità. Con dei titoli di testa che si esauriscono in poco tempo come nelle  pellicole del passato, è un cinema che si riflette con doppi schermi. Una divisione di intenti e pensieri suggerita da un funzionale bianco e nero che enfatizza quell’opposizione tanto cromatica quanto narrativa. È una sfida combattuta su due fronti, senza vincenti né perdenti. La lite perdura per circa un’ora e quaranta con i protagonisti bloccati in un continuo status quo rendendo il film troppo pesante e forzato. Un punto di forza va a ritrovarsi nella colonna sonora, strutturata su una compensazione armonica tra silenzi, brani jazz e urla che, però, a volte, portano l’attore in over-acting. Aspetto che rende John David Washington (Tenet) non del tutto congiunto con il ruolo di questo regista euforico. D’altra parte, Zendaya (The Greatest Showman) compie un grande studio sul corpo con tutto il territorio di smorfie, di forte impatto emotivo, evidenziato da numerosi primi piani.

Presentato come il nuovo Marriage Story, è un film sull’amore sofferto che evidenzia luci e ombre di un rapporto in cui il clima da prima ondata, nonostante non si parli di Covid, aiuta lo spettatore a immedesimarsi prima e a riflettere sulla propria relazione poi. 

Malcolm & Marie, la casa del film-rivelazione con Zendaya | Architectural Digest Italia

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