Le origini
L’inizio del Neorealismo si colloca all’incirca al 1943, anno in cui esce nelle sale il film Ossessione di Luchino Visconti, trasposizione sul grande schermo del romanzo di James M. Cain “Il postino suona sempre due volte“.
In quest’anno vede la luce anche “I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica.
Anche la pellicola del 1942 di Alessandro Blasetti “4 passi fra le nuvole“, è annoverabile nel genere.
Trasporre sul grande schermo la realtà
Il Neorealismo nasce dall’esigenza di trasporre sul grande schermo la vita quotidiana di un Paese, l’Italia, appena uscito dalle tragedie della Seconda guerra mondiale e alle prese con un difficile ritorno alla vita.
Da questa volontà, propria dei registi e degli sceneggiatori del genere, si sviluppa ben presto una delle grandi innovazioni introdotte dal cinema neorealista: il ricorso ad attori presi dalla strada.
Una scelta dettata dall’obiettivo di rappresentare la quotidianità delle classi subalterne e più “popolari”.
Si ritiene, dunque, che affidare le parti secondarie, ma anche molte da protagonista, a gente non dell’ambiente, sia in grado di rendere al meglio l’intento che ci si pone.
L’intento è quello di denunciare le difficili condizioni di vita alle quali sono costretti gli strati più poveri della società postbellica.
Particolare attenzione è posta alla classe operaia, della quale le pellicole neorealiste ne descrivono l’immobilità esistenziale.
Accanto a ciò, però, il film neorealista sa ben rappresentare la speranza, la voglia di riscatto e la voglia di lasciarsi alle spalle il dramma bellico proprio di queste categorie che, tra povertà, e disperazione – spesso i veri protagonisti dei film neorealisti – non mollano.
Le pellicole neorealiste
La stagione neorealista, durata all’incirca dieci anni o poco più, si rivela assai proficua.
Citare tutte le pellicole ascrivibili al genere sarebbe troppo lungo, ma alcuni capolavori vale la pena citarli.
A partire dall’intramontabile opera di Roberto Rossellini “Roma città aperta” (1945) che, grazie all’immensa interpretazione di Aldo Fabrizi ed Anna Magnani, propone un affresco di grande intensità emotiva, legato alla resistenza popolare dei romani contro gli occupanti nazisti.
Abbiamo poi, sempre di Rossellini, Paisà (1946) e Europa ’51 (1951). Da citare anche Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, pellicola che lanciò il talento di Silvana Mangano.

Una citazione a parte merita Vittorio De Sica autore, tra il 1946 e il 1952, di 4 pellicole indimenticabili.
Si comincia da Sciuscià (1946), Premio Oscar per il miglior film straniero.
È storia di diversi ragazzi romani che, abbandonati dalle famiglie, e in balia del confusionario clima del dopoguerra, si danno alla delinquenza.
Abbiamo poi Ladri di biciclette (1948), tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, che si avvale di attori non protagonisti.
Nel 1951 è la volta invece di Miracolo a Milano, Palma d’Oro a Cannes, e sceneggiato basandosi sul libro “Totò il buono” di Cesare Zavattini.
Infine Umberto D. (1952), storia di un pensionato che “sopravvive” con la sua misera pensione di ex dipendente statale. Causò le vivaci critiche dell’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, per l’immagine di miseria e povertà che traspariva dalla pellicola di De Sica.

L’epilogo di un genere
La fine del Neorealismo cinematografico si fa coincidere, di solito, alla metà degli anni Cinquanta.
Tuttavia, alcuni ritengono che tale data vada spostata al 1960, anno in cui uscì nelle sale “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, opera tratta dalla raccolta di racconti Il Ponte della Ghisolfa dello scrittore Giovanni Testori.
Per coloro che volessero approfondire il tema, rimandiamo, tra i molti libri in circolazione, al testo di Stefania Parigi “Neorealismo. Il nuovo cinema del dopoguerra” edito da Marsilio.




Un bel articolo
Ottimo articolo
film che hanno fatto la storia
bellissimi film
registi e attori indimenticabili
Anna Magnani ,grande orgoglio italiano
Grazie
vere opere d’arte
tutti belli