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Cyrano – Ho amato il mio orgoglio

(IN SALA dal 3 marzo 2022)

Tutto il mondo è un palcoscenico

Joe Wright è un regista capace di navigare a vista tra i generi.

Suo è il bellissimo Espiazione, con la musa, Keira Khightley, tratto da un romanzo di Ian Mc Ewan. Suo è anche il biopic su Winston Churchill (e sulle sorti di un’Europa in macerie), L’ora più buia.

Una delle caratteristiche che meglio contraddistinguono il suo stile è la capacità di fondere insieme cinema e teatro. Lo fa in Cyrano, ma lo aveva già fatto, in modo ancora più netto e stilizzato, in Anna Karenina.

La direzione che il regista utilizza sta in un segmento che va dall’alto verso il basso. L’alto – rispetto al pubblico – è il palcoscenico sul quale Cyrano vendica l’offesa di Valvert. L’alto è anche rappresentato balcone di Rossana, speculare, in un certo senso, a quello di Giulietta.

Il basso – le grotte dove sono nascosti i soldati, i sotterranei delle imboscate – è fumoso, scuro; l’aria appare come rarefatta. L’alto è il luogo dove l’umano si sublima nella poesia che rende eterne le proprie gesta mortali.

Non a caso, nel primo incontro di persona tra Rossana e Cristiano, la ragazza corre giù per le scale, appena si accorge che l’amato è rimasto senza parole.

Kelvin Harrison Jr. nel ruolo di Cristiano in Cyrano, di Joe Wright

L’apostrofo rosa

Cyrano, nella versione di Joe Wright, tuttavia sottrae anziché aggiungere (forse anche troppo). E non si crogiola sul topos, ma tenta di ristrutturarlo o di superarlo.

Si tratta di un musical, ispirato a sua volta a un’opera teatrale di Erica Schmidt. Del musical assorbe quindi le principali qualità anti-naturalistiche.

Cyrano, chiamato a decretare sulla natura del bacio, per procura, naturalmente, non enuncia, all’interno del dialogo, la celebre frase sull’apostrofo rosa tra le parole t’amo. In inglese, ovvero in versione originale, non l’avrebbe pronunciata comunque, almeno non come la conosciamo.

Edmond Rostand scrive infatti: «Et qu’est-ce qu’un baiser? Une apostrophe rose entre les mots je t’aime, un secret dit de sa bouche».

I love you al contrario non contiene apostrofi. Pertanto la battuta diviene: «What is a kiss? It is the pink exclamation mark that comes after “I love you!”».

C_03303_R Haley Bennett stars as Roxanne in Joe Wright’s CYRANO A Metro Goldwyn Mayer Pictures film Photo credit: Peter Mountain © 2021 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Io sono Romeo/Noi siamo Romeo

Ci sono scene che, una volta viste, non possono facilmente essere dimenticate. Una di queste è presente nel film The Elephant Man, di David Lynch. John Merrick, l’uomo elefante, recita un passo da Romeo e Giulietta e, commossa, la sua interlocutrice esclama: «Oh, signor Merrick, lei non è affatto un uomo elefante, lei è Romeo».

Joe Wright ha scelto Peter Dinklage, l’indimenticabile Tyrion Lannister di Game of Thrones, come suo Cyrano. Dinklage è affetto da acondroplasia. Non vi è dunque bisogno di un naso lungo e posticcio poiché l’attore porta il suo corpo a rappresentare l’interezza dello spadaccino-poeta;  dei suoi complessi, del suo egoismo, ma anche della forza evocativa del suo sentimento. Sì, perché sotto il balcone di Rossana/Giulietta è lui il vero Romeo. L’apparenza si scioglie e smette di significare in relazione alla bellezza dei versi che fa declamare a Cristiano e che, in parte, pronuncia lui stesso, celato dal muro.

Ed è proprio Cristiano, il cui sangue si intinge nelle lacrime (e viceversa) del capitano, a chiedere a Cyrano di rivelare a Rossana la verità, e cioè a chi appartiene l’essenza di quelle lettere struggenti. Nell’attimo della fusione comprendiamo che Cyrano ormai ama l’amico quanto ama la stessa Rossana. Lo ama così tanto da aver condiviso con lui l’anima di Romeo: due corpi, un’anima sola.

Sul finale – dove Wright dribbla ancora la retorica guascona della parola panache – Cyrano e Rossana sembrano essere stati colpiti dalla stessa, tragica sorte. Romeo e Giulietta: due corpi, anche loro, un’anima sola.

Alla morte della propria anima non si può sopravvivere.

E forse neppure all’amore, quando squarcia i veli dell’orgoglio e della reticenza (della miopia sociale, magari), quando, parafrasando Oscar Wilde, per troppo tempo non ha osato pronunciare il proprio nome.


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