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Belfast – Radici e comunità nell’Irlanda del Nord al tempo dei Troubles 

Il nuovo film di Kenneth Branagh è un’opera preziosa che fa bene al cuore ed offre più spunti di riflessione, sia personali che riguardo al destino ciclico di un popolo. Il popolo forse più vessato d’Europa.

Un popolo spesso in guerra tra le proprie diverse stesse anime, prima ancora che con i coloni di sua Maestà.

Belfast e la guerra

Ogni guerra, ad occhi razionali, appare come incomprensibile ed inconcepibile.

In Belfast la contrapposizione civile in una patria (il termine che, per me, più si addice al caso nordirlandese, però, è anche quello più bello e profondo, nonché particolare ed intraducibile in italiano: Heimat, parola tedesca che indica la duplice valenza, nazionalista ma soprattutto sentimentale, della terra d’origine) martoriata dalle divisioni religiose e politiche, dallo scontro fratricida violento ed armato, fa però da sfondo storico alla vicenda. E resta pertanto solo ai margini di una vicenda estremamente intima. La violenza, tuttavia, interrompe un idillio: quello dell’infanzia, dell’età dell’oro (per citare Ėjzenstejn) del gioco, del divertimento e della scoperta del mondo. I primi minuti, dopo la bellissima panoramica a colori sulla “reale” e contemporanea Belfast, del film di Branagh sono esemplari e magistrali, e c’è tutto quello che sarà questo splendido lavoro. Il più sentito del regista irlandese.

Buddy e la scoperta del mondo

Belfast è racconto di formazione, racconto di crescita forzata e perdita. Perdita di affetti e della propria terra, struggente e ricorrente caratteristica di un popolo da secoli condannato a partire. In America, spesso (il primo personaggio che mi viene subito alla mente è quello interpretato dal grande Brendan Gleeson in Gangs of New York, e ripenso alle sue riflessioni sull’isola perduta oltreoceano); e soprattutto nell’odiata e colonizzatrice Inghilterra, dove il razzismo e la discriminazione interna verso i cugini irlandesi vengono sempre dopo secoli di discriminazioni e soprusi. Un aspetto, questo, sottilmente – ma sensibilmente – caratterizzante anche in Barry Lyndon, a parte ovviamente la ricchissima filmografia più specifica.

Belfast, come noto, è un’opera autobiografica. Ma, come sempre nei film autobiografici, da Fellini fino ai recenti esempi di Roma e È stata la mano di Dio, c’è la componente reale e quella romanzata, ma d’altronde è davvero importante? Il cinema non è l’arte del reale, la riproduzione della esatta realtà. Cosa impossibile, d’altronde, perché la realtà, già un attimo dopo averla vissuta, diventa sfuggente, relativa, intangibile ed irriproducibile. Ma un’opera che trasmetta un vissuto personale modificando certi eventi, variando gli elementi, si avvicina tanto più alla realtà proprio nella sua natura fittizia. Il ricordo si mescola col sogno, diventa idealizzato oppure ancor più drammatico, ma proprio per questo più vicino all’essenza pura di un evento e di un trascorso. Di una vita.

Un film che sta subendo diverse ed immeritate critiche, e che paga anche un certo ostracismo abbastanza incomprensibile verso il suo autore da parte di molti. Io lo considero un film memorabile, in cui anche i richiami cinefili sono funzionali e non semplice vezzo o sfoggio.

Un film emozionante e toccante che restituisce l’anima profonda di un popolo e di una comunità; il senso del distacco e della partenza, vissuto attraverso l’occhio della fanciullezza. Oltre all’innocenza della prima cotta, così come il dolore del lutto, messo in scena in modo ammirevolmente pudico da Branagh.

Meraviglioso.


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