Niente paura, queste pagine sono fatte per quelli come me che hanno paura sin da piccoli della morte, del grande Nulla, del fatale trapasso, della polvere che torneremo, del salto nell’ignoto, delle fiamme dell’inferno, del buio dell’aldilà e del dolore per arrivarci
(Jules Barnes, Niente paura)
Tra i libri in uscita in questo mese di marzo, da segnalare il nuovo romanzo dello scrittore britannico Julian Barnes “Niente paura” edito da Einaudi che lo ha inserito nella sua collana “Frontiere“. Un libro in cui l’autore, dichiaratamente agnostico, affronta, e cerca di trovarvi una soluzione, una delle paure più ancestrali che accompagnano l’uomo sin dalla notte dei tempi: quella della morte.

Il romanzo come terapia
Come detto, in Niente paura Barnes cerca di trovare una soluzione alla sua mai celta tanatofobia, una paura che, chi più chi meno, attanaglia tutti almeno una volta nel corso dell’esistenza. Un romanzo che, con lo scorrere delle pagine, diviene per l’autore – ma anche per il lettore – una sorta di “terapia” per cercare di affrontare al meglio questa difficile fobia. Tanto complicata da estirpare perché intrinsecamente facente parte dell’animo umano.
Così come in altre sue opere, anche in questa Barnes attua un continuo confronto con se stesso, con le sue paure e i suoi ambiti più reconditi, in un perenne porsi domande che insegna ai propri lettori a fare lo stesso.
Nelle pagine iniziali Barnes scrive significativamente: “Non credo in Dio, però mi manca”, una frase che la dice lunga sulla difficoltà di dover affrontare una paura tanto grande senza il conforto di una qualche forma di fede. Una “confessione” che, nelle pagine di questa sua ultima opera, gli consente però di combattere al meglio questo suo terrore grazie alla condivisione con il lettore. Secondo Barnes, infatti, il fatto stesso che comunque la paura della morte sia pressoché comune a tutti gli esseri umani, fa si che non ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Sapere di avere qualcosa in comune con milioni di altre persone ci fa sentire meno soli di fronte a questo grave disagio esistenziale. Insomma “mal comune mezzo gaudio” o, se volete, “siamo tutti sulla stessa barca”.
In Niente paura l’autore di Leicester tuttavia non si limita soltanto a provare a superare questa sua paura ma anche ad indagarla più a fondo, di rintracciarne le origini “scientifiche” che si celano dietro a tale paura, per dare una risposta circa i complessi meccanismi che arrivano a generare in molte persone tale condizione.
Uno sguardo ampio
Nel suo percorso “terapeutico” Barnes comincia con l’indagare il proprio ambito famigliare: da suo padre, “professore amabile e tollerante”, sua madre definita “lucida e apertamente intollerante vero le opinioni contrarie alle sue” e suo fratello Jonathan un “filosofo aristotelico e ateo” ritenuti da lui tutti più bravi di lui nell’affrontare la paura della morte (“questa cosa del morire” come dice Barnes nel testo). Successivamente amplia l’orizzonte ai suoi colleghi scrittori, tanatofobici come lui, a cominciare da Jules Renard – del quale ricorda il suo famoso sofisma: “La morte è dolce, ci libera dalla paura delle morte” – per poi “indagare” anche, tra gli altri, Émile Zola, Stendhal, Somerset Maugham, Flaubert.
Il romanzo di Barnes, quindi, può definirsi più un’opera filosofica capace di arrivare al cuore di tutti, al di là della fede religiosa, per indagare a fondo quello che, secondo l’autore, è l’essenza stessa della vita: ovvero la morte.
Titolo: Niente paura
Autore: Jules Barnes
Editore: Einaudi
pp.: 256




Interessante. Un’ottima proposta di lettura.
Bello
una buona lettura