Romanzo di Dario Esposito
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Trama
Un fantasy medievale ambientato a Stivalia, una penisola ispirata al territorio italiano dell’epoca. Gli avvenimenti di questa storia si svolgono a Rocca Leone, epicentro della rinascita di un’entità malvagia che trae il proprio potere dalle cattive azioni degli abitanti, trasformandoli in degli indemoniati. Il monsignore del posto, ormai troppo vecchio, non può sconfiggerlo e richiede l’aiuto di nuovi eroi che possano spezzare la maledizione, sconfiggendo di nuovo il male. Una storia perfetta per chi ama il fantasy classico, D&D e un tipo di scrittura poco pesante che bada alla narrazione e la caratterizzazione dei personaggi. BUONA LETTURA!
CAPITOLO 2
DUE VECCHI AMICI
I
Monsignor Tolomei aveva gli occhi assonnati, non era riuscito a chiudere occhio. Da quando si era messo in viaggio, la carrozza concessagli dal santo Papa percorreva strade piene di buche e sassi. Il cocchiere faceva di tutto per evitarli, ma erano troppi. Il giorno prima, il monsignore ebbe modo di vedere le meraviglie che il sentiero dei due mari aveva da offrirgli. Davanti ai suoi occhi passarono verdi vallate con boschi fitti di vegetazione, ruscelli e laghi con animali di ogni specie, come l’imponente aquila reale, gli stambecchi, gli orsi e in particolare i lupi, che costrinsero la carrozza a cambiare percorso. Tolomei in cuor suo sapeva che i lupi erano creature di Dio, ma gli avevano complicato il viaggio, per questo gli diventarono antipatici.
All’ennesima buca, ordinò al cocchiere di fermarsi, ma lui rassicurò l’anziano.
«Sua eminenza siamo quasi arrivati. Stiamo nei pressi di Neo Polis»
Il monsignore si affacciò e notò le prime abitazioni in pietra e paglia, appartenevano a contadini che lavoravano i campi. Più in là si poteva scorgere anche un mulino con le pale in movimento, uno degli operai gridava il nome del figlio, ma non l’avrebbe mai sentito. Era nei campi a giocare insieme a suoi amici, si stavano rincorrendo.
Tolomei accennò un sorriso, ma smise subito, quando per un attimo si ricordò quegli occhi indemoniati e quel sorriso diabolico.
«D’accordo proseguite» rispose perplesso.
Il cocchiere superò le porte della città e per fare prima fece il giro del mercato. C’era molto fracasso e molta folla, Tolomei era abituato alla tranquillità della sua basilica, Il massimo della confusione che tollerava erano le feste di paese di Rocca Leone. Strabuzzò invece gli occhi quando la carrozza fece la strada del lungo mare, l’ebbrezza marina e il rumore delle onde che si schiantavano sugli scogli, accompagnate dal verso dei gabbiani, rendevano quel tratto di strada unico ed evocativo. Era da tanto tempo che non vedeva il mare, troppo.
II
Arrivati al ponte del castello, Il cocchiere aiutò Tolomei a scendere e portare il bagaglio.
La sala del Re era molto ampia in lunghezza, ornata di quadri, che ricordavano vecchie battaglie e avi della famiglia reale. Ai lati della stanza erano appostate quattro guardie, più due ai lati del trono.
Re Edoardo era grasso, con i capelli corti e la barba grigia. Il trono era molto robusto, fatto apposta per sopportare un peso regale come il suo. Era un Re buono e intelligente, che aveva combattuto e fatto tanto per il suo popolo, ma non bisognava fargli notare il suo peso. Una volta a quello che ci provò, lo fece appendere a testa in giù al posto di una bandiera, per tre giorni.
Dopo una giornata piena di persone da ricevere, il Re era annoiato e voleva solo andare a fare altro.
«Per oggi abbiamo finito?» chiese al consigliere alla sua destra.
«Solo un’ultima visita, vostra altezza. Monsignor Tolomei di Rocca Leone le chiede udienza»
«Ah, fallo entrare»
Il consigliere fece cenno all’usciere di far entrare la persona.
«Monsignore Tolomei di Rocca Leone» l’usciere l’annuncio.
Tolomei entrò reggendosi con un bastone, arrivò vicino al trono e si inginocchiò reggendosi con due mani, sempre al suo fidato appiglio.
«Sua altezza» disse il curato al Re con rispetto.
Lui, con aria seria e scrutatrice, si alzò e andò vicino al monsignore sempre in ginocchio. Gli girò attorno e poi si fermò davanti a lui. Gli fece cenno di alzarsi e lui si alzò. I due si scrutarono con attenzione. Il consigliere e l’usciere avvertirono tensione nell’aria, il silenzio faceva da padrona quel momento, ma ad un certo punto…
«Hai perso i capelli!» disse Re Edoardo quasi in tono di sfida.
Tolomei rimase spiazzato, non si aspettava una simile affermazione, ma senza perdersi di coraggio gli rispose a tono.
«E tu hai messo su una bella pancia»
Nella sala il silenzio faceva da padrone, le guardie e il consigliere erano nervosi. In molti immaginarono il monsignore già a testa in giù, a godersi il panorama appeso a una delle torri del castello.
«Dai, vieni qua… fatti abbracciare!» disse il Re, sorridendo e spalancando le braccia. I due si abbracciarono da buoni vecchi amici. Il consigliere tirò un sospiro di sollievo e scosse la testa, guardandoli con aria di disappunto. Re Edoardo diede subito ordini alla servitù.
«Preparate subito da mangiare e da bere, che abbiamo un ospite!»
«Ma veramente…» Tolomei tentennò, ma venne interrotto.
«Non farti pregare! Hai fatto un lungo viaggio e sarai di certo affamato! E poi ne abbiamo di cose da raccontarci»
III
La tavola era lunga e imbandita di leccornie. Dal pollo con patate novelle, al pesce alla griglia con limone, salumi e formaggi tagliati su un enorme vassoio d’argento, con al centro della tavola due candelabri e tre enormi pezzi di pane casareccio. Naturalmente non mancavano frutta e dolci, che la servitù stava preparando per portare a tavola. A lato della stanza, c’era anche un braciere che teneva caldo l’ambiente.
Il sovrano stava facendo fuori un cosciotto di pollo, mentre si tracannava un pregiato vino delle sue vigne. Tolomei stava mangiando del formaggio e guardava con riluttanza il Re, mentre le guardie ai lati della stanza li osservavano di soppiatto. Il monsignore non era abituato, al massimo aveva la sua perpetua che gli preparava da mangiare, e spesso, capitava che mangiassero assieme.
«Possiamo parlare ora?» chiese Tolomei.
«Ora che stiamo mangiando?» rispose il Re infastidito.
Il monsignore assunse un’espressione seria, Il Re intuì il suo stato d’animo e gli venne in contro. Dopo aver sbuffato, prese uno straccio, se lo portò alla bocca per pulirsi e lo rigettò sul tavolo con impazienza.
«Capisco… Per essere venuto fin qui dopo tutti questi anni, vuol dire che hai sicuramente qualcosa di importante da dirmi»
«Preferirei parlartene in privato»
«Sono solo i miei servi! Se ne fregano di quello che hai da
dirmi, ammesso che ti ascoltino!»
«Lo so, ma preferirei ugualmente parlarne da solo con te»
«D’accordo!» disse ormai rassegnato «Lasciateci soli e chiudete le porte. Vi richiamerò io»
I servi uscirono e chiusero le porte.
«Accontentato, ora dimmi cosa ti perplime? Perplime! Bel
termine, ed ho poche occasioni per usarlo!»
«Ricordi la battaglia di Colle Chiaro?»
«Sono passati trent’anni… eppure ricordo tutto come se fosse ieri. Orrori simili sono difficili da scacciare, lasciano cicatrici profonde. Poi c’era lei… Perché mi fai ricordare certe cose?»
«Neanche io gioisco a rivangare il passato, ma il male che pensavamo di aver sconfitto è ora di nuovo tra noi…»
«Che storia è questa?»
«Nei giorni scorsi sono stato attaccato da lui. Il suo potere sta già crescendo, mi ha attaccato usando i miei fedeli… Mi sono difeso come potevo, ma il mio potere non è più quello di un tempo…»
«Cosa ti fa credere che sia proprio lui?»
«L’hai detto anche tu, è una cosa che non si dimentica. Le atrocità sono aumentate sempre di più… furti, risse, omicidi, sacrifici umani e persino infanticidi. Ho represso troppo a lungo i miei sospetti ed ora non possiamo più aspettare»
Il Re era perplesso.
«Si deve agire, e in fretta»
«E chi agirà? Io? Tu? A stento riusciamo a brandire una spada. Ormai abbiamo fatto il nostro tempo»




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Complimenti, sei stato davvero bravo
letto
Grazie, molto interessante