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“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi – l’impatto con una società arcaica e rurale

Cristo si è fermato a Eboli (film) - Wikipedia
Gian Maria Volontè nei panni di Carlo Levi nell’adattamento cinematografico

Testo autobiografico che l’autore scrisse a Firenze tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi rimane ancora oggi, a tanto tempo di distanza, uno dei bestseller della letteratura italiana contemporanea. Un successo che il libro pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1945 continua ad avere, grazie anche alla trasposizione cinematografica realizzata nel 1979 da Francesco Rosi che vide nei panni del protagonista uno strepitoso Gian Maria Volontè.

Un incontro tra due mondi distanti

Il libro racconta le vicende vissute in prima persona dall’autore, laureato in medicina torinese e antifascista, confinato tra il 1935 e il 1936 presso il piccolo villaggio di Grassano prima, e Gagliano – che nella realtà si chiama Aliano – poi, in Basilicata. La triste realtà del confinamento è per il giovane scrittore l’occasione per constatare di persona che esiste un’Italia.
Una civiltà, ancora “fuori dal tempo” che, come dice il titolo, sembra essersi fermata a Eboli. Un luogo dove, all’epoca, la strada e il treno abbandonavano la costa di Salerno per addentrarsi in quella desolata terra lucana dove – per usare una frase dello stesso Levi – “Cristo non è mai arrivato”.

L’impatto con questa società arcaica, ancora strettamente legata a credenze antiche e antropologicamente ferma ad epoche ancestrali così lontane dalla presente, sconvolge inizialmente l’autore.
Successivamente, nella prefazione al testo, scriverà che quella da lui “scoperta” non è altro che la civiltà dei contadini del Mezzogiorno. Una civiltà fuori della Storia e della ragione, nonché basata su una antichissima sapienza e sulla paziente accettazione del dolore.

Un senso di alienazione, smarrimento che avvolgono Levi sin dal suo arrivo a Gagliano dove, nel mezzo di quel paese così arroccato su se stesso, nella sperduta natura lucana, egli non può che paragonare quella desolazione all’idea stessa della morte.
Tra i diversi personaggi che conoscerà in quei mesi di confino, risalta – in negativo – la figura di Don Giuseppe Trajella, parroco del paese “spedito” lì per punizione in quanto sospettato di essere colpevole di pedofilia. La figura del parroco è l’emblema, o per lo meno uno dei tanti, di un paese ancora chiuso nelle proprie credenze. Il religioso, infatti, non solo deve scontrarsi con l’odio dei paesani, per via di quell’infame sospetto, ma anche con quel muro innalzato da una società contadina ancora saldamente vincolata a credenze miscredenti e superstiziose.

Un’esperienza che cambia nel profondo

Tra lunghe ore di ozio al cimitero, insieme al fido cane Barone, e passeggiate, scorre il confino dello scrittore. Tornato a Torino nell’aprile del 1936 per recarsi  – ovviamente scortato – ai funerali di un parente, si accorge che qualcosa è cambiato.
L’impatto con la città, infatti, è ora diverso: guarda parenti e amici con distacco, a testimonianza di come l’esperienza in terra lucana lo abbia cambiato non solo nel modo di porsi, ma anche interiormente. Tornato a Gagliano, ha appena il tempo di riprendere contatto con quella realtà e quella località “dimenticata da Dio” che, in seguito alla conquista fascista dell’Etiopia – nel maggio del 1936 – l’euforia per quell’impresa fa si che il regime decida di liberarlo dal confino con due anni di anticipo.

Il viaggio di ritorno verso Torino è per l’autore l’occasione per un’ulteriore riflessione, sul contatto con una realtà che gli ha dato la possibilità di constatare coi propri occhi il ritmo – assai più lento – di quel mondo rurale lucano per il quale lo Stato rimane un’entità lontana ed astratta. E l’evidente, endemica incapacità di comprensione tra Nord e Sud della nazione si evidenzia nella lucida analisi che l’autore fa del fenomeno del brigantaggio meridionale:

Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e distruzione, senza speranza di vittoria

Un’esperienza, quella di Levi, “totalizzante“.
Un avvicinamento a quella società così distante prima dell’esperienza del confino che lo hanno portato, non avendo avuto modo di farlo nei successivi anni della sua vita, a ricongiungersi con essa dopo la sua morte, con la sepoltura nel cimitero di Aliano, la Gagliano della sua creatura letteraria.


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2 Comments

  1. Gian Maria Volonté è stato uno dei più grandi attori in Italia, anche in questo film di Francesco Rosi, ispirato all’omonimo romanzo di Levi, la sua interpretazione è stata eccezionale.

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