Ultimamente la canapa (o Cannabis sativa) è parecchio gettonata, sia per quanto riguarda i cannabinoidi, costituenti per cui ci si augura un utilizzo terapeutico in svariate patologie, sia per i derivati (semi, olio dei semi, farina), poveri in cannabinoidi ma ricchi di acidi grassi essenziali.
Botanica
Il genere Cannabis, appartenente alla famiglia delle Cannabaceae, comprende specie arbustive e annuali dioiche (con fiori maschili e femminili su individui separati). Alcuni attribuiscono le varietà (o meglio le sottospecie) di Cannabis alla singola specie Cannabis sativa, altri le distinguono in tre specie diverse: C. sativa, C. indica e C. ruderalis.
La canapa è da sempre usata come fibra tessile, l’olio dei semi ha invece trovato impiego come combustibile alternativo e come solvente per vernici (usato fin dal Settecento in sostituzione dell’olio di lino per gli esterni degli edifici). Sono inoltre state selezionate cultivar a basso contenuto in cannabinoidi o che ne producono un solo tipo, a seconda dell’utilizzo che se ne intende fare.
La canapa da fibra ha una produzione in THC inferiore all’1% sul peso. La marijuana (Cannabis da cannabinoidi) ne produce fino al 20%. I cannabinoidi si ritrovano principalmente nella resina oleosa prodotta da foglie e germogli fiorali, soprattutto femminili.

Cannabinoidi e terapia
Gli effetti di queste sostanze (specialmente del d-9-THC) a livello psicotropo sono ormai conosciuti. Rilassamento, ipersensorialità, aumento dell’appetito, distorsione percettiva dell’ambiente circostante, tachicardia, aumento della pressione, secchezza delle fauci. L’ingestione orale comporta un assorbimento molto più lento (qualche ora) rispetto all’inalazione da fumo, e anche la biodisponibilità di THC è superiore tramite fumo piuttosto che con l’ingestione, a causa della degradazione in stomaco e fegato.
Per quanto riguarda l’uso terapeutico, la cannabis è sperimentata nella nausea e nella mancanza dell’appetito causate da terapie o patologie, e in molte malattie croniche, anche dolorose (ad esempio l’artrite), neurodegenerative e autoimmuni, ambiti in cui c’è qualche evidenza scientifica e che meritano approfondimenti.
La difficoltà di gestione di questi estratti rende ancora poco utilizzabile la Cannabis come fonte di cannabinoidi, anche se tramite la sperimentazione clinica e la selezione di varietà standardizzabili si cerca di riabilitare una pianta sicuramente promettente.
Gli effetti collaterali dei cannabinoidi interessano la sfera psichica (ansia, euforia, alterazioni percettive, cognitive e psicomotorie) e quella cardiovascolare (tachicardia, ipertensione, eventi avversi in cardiopatici). Può provocare alterazioni dello sviluppo cerebrale del feto se assunta in gravidanza, e la coltivazione illegale rischia di dare prodotti contaminati da metalli pesanti o altre sostanze tossiche usate per velocizzarne lo sviluppo. L’eventuale rischio dipendenza non è escluso; l’abuso può portare ad alterazioni cognitive, manifestazione di malattie psichiatriche e immunosoppressione. Il controllo dei dosaggi e la standardizzazione del fitocomplesso devono essere accurati.
Il più importante tra i cannabinoidi, quello che induce la maggiore attività psicotropa, è il delta-9-tetraidrocannabinolo (d-9-THC). Identificato nella seconda metà del secolo scorso, esso viene sperimentato nella terapia del dolore e mostra promettenti attività analgesiche.
Verso la fine degli anni Ottanta furono scoperti nel corpo umano due recettori per i cannabinoidi (e i relativi neurotrasmettitori cannabinoidi interni): uno localizzato nel sistema nervoso centrale e uno nelle cellule immunitarie e nell’intestino (ragion per cui viene teorizzata una sua applicazione a anche in patologie enteriche, ad esempio il colon irritabile). Alcuni di questi cannabinoidi endogeni agiscono sull’appetito, motivo per il quale vengono così diffusamente sperimentati e utilizzati nelle turbe dell’appetito in malattie debilitanti o nella nausea.

Altri cannabinoidi non psicotropi (estratti dalle varietà industriali), avrebbero mostrato attività battericida contro alcuni ceppi di stafilococco antibiotico-resistenti. Questi principi attivi potrebbero essere ragionevolmente impiegati nella conservazione dei cosmetici, oppure come base per la sintesi di sostanze contro le infezioni da stafilococchi.
Il cannabidiolo (CBD), altro componente non psicotropo, viene ad oggi utilizzato nei disturbi d’ansia, infiammatori e del dolore, benché ci siano controversie sulla reale portata dei suoi effetti. È inoltre presente in un paio di farmaci, uno per l’epilessia e uno per la sclerosi multipla.
Olio di canapa
Ricavato per spremitura a freddo dai semi di Cannabis sativa, l’olio di canapa è di questi tempi molto richiesto grazie al suo contenuto in acidi grassi essenziali (l’organismo non è in grado di sintetizzarli), che tra l’altro sembrano garantire il rapporto ideale omega 6/omega 3.
I grassi omega sono implicati in diverse funzionalità (cerebrale, epatica, circolatoria, nella riduzione del colesterolo, dei disturbi cutanei e delle infiammazioni croniche). Secondo i nutrizionisti, esiste un rapporto ottimale per l’assunzione di omega 3 e omega 6, rapporto che a tutt’oggi, però, non è stato ancora esattamente individuato.
Attualmente quello consigliato dalle linee guida più importanti è di 1:10, ma sarebbe comunque difficile rispettarlo, in quanto molti alimenti contengono contemporaneamente entrambe le classi e il loro contenuto varia a seconda del trattamento subito (esposizione al sole, cottura ecc…). Inoltre altri fattori rendono superfluo basarsi su questo rapporto per migliorare il nostro stato di salute (lo stile di vita, stress, il fumo, altre fonti di acidi grassi essenziali).
Si ritiene comunque che la nostra alimentazione sia troppo sbilanciata verso gli omega 6, il che predisporrebbe l’organismo alle infiammazioni e ad altri disturbi (sindrome premestruale, dismenorrea…).
Un cucchiaio di olio di semi di canapa fornisce mediamente 1,7 g di omega 3, coprendo il fabbisogno giornaliero dell’adulto, e 9 calorie.
Nell’olio di canapa troviamo anche un 10% di grassi saturi, vitamine (A, E, gruppo B, C), e tracce di THC (che però non rendono l’olio uno stupefacente, se non dopo averne bevuti più di 5 litri al giorno; anche se, secondo alcuni, il consumo abituale potrebbe dare positività a uno dei test antidroga!).

Esistono svariati studi sui presunti effetti benefici dell’olio di canapa, specie sulle patologie croniche, benché con risultati contrastanti. È ad esempio sperimentato nella sclerosi multipla (dove sembra migliorare il quadro sintomatico), nell’artrite reumatoide e nella prevenzione delle placche aterosclerotiche.
L’olio di canapa va usato a crudo (ha un basso punto di fumo, è quindi controindicato nelle fritture), e una volta aperto conservato in frigorifero in recipienti scuri. Si utilizza per condire insalate, carni, pesce ecc., talvolta in sostituzione agli altri oli di semi. Il suo sapore ha un retrogusto leggermente nocciolato e il colore è verdolino.
Esiste anche raffinato, irrancidisce meno ma perde una parte di nutrienti.
Olio essenziale
Dalla pianta di canapa si può estrarre anche un olio essenziale che possiede una certa azione antimicrobica e decongestionante delle vie aeree. Questo per il suo alto contenuto in terpeni, miscele eterogenee di idrocarburi. Uno di essi, tipico delle piante aromatiche, possiede un’attività antiinfiammatoria tale che potrebbe in futuro essere utilizzato come base per la sintesi di principi attivi analgesici e antiinfiammatori, in virtù della sua alta affinità con uno dei recettori cannabinoidi di cui abbiamo parlato prima.
Ma viene anche impiegato in profumeria, per via della sua fragranza speziata e maschile.

Semi e farina di canapa
Della canapa non si butta via niente. Infatti i semi, oltre a un 30% di olio, contengono un 20% di proteine ad alto valore nutrizionale, un 10-20% di fibre e un 10-15% di carboidrati.
Per questo motivo i semi vengono usati tal quali in insalate, muesli, yogurt,
barrette, preparazioni a base di tofu o affettati vegetali; oppure assunti a mo’ di integratore in dosi di 1-3 cucchiai da tavola al giorno.
La farina invece viene utilizzata in miscele per pane, dolci e altre preparazioni, spesso in associazione ad altre farine leganti in quanto non contiene glutine.
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Molto interessante complimenti
Grazie!
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