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“Caro Pier Paolo” di Dacia Maraini – il ritratto di una grande mente attraverso gli occhi di un’amica

(Caro Pierpaolo è disponibile in libreria e online dal 3 marzo 2022)

Il centenario

Le celebrazioni spesso comportano un fraintendimento dell’autore che si celebra, e che va reso adatto a tempi e costumi non propri. Insomma, normalizzato.

Questa captatio benevolentiae, post mortem e per procura, mi ha sempre lasciato perplessa.

Ciò vale soprattutto con un autore come Pasolini che non ha mai fatto dell’essere conciliante un proprio vanto.

Un autore che ha subito una crocifissione pubblica (amerebbe la locuzione?) per le sue posizioni contro.

Pier Paolo Pasolini

PPP

Non mi chiedo, o se lo faccio evito quasi sempre di esplicitarlo perché sono comunque mie congetture, cosa Pasolini avrebbe detto dell’Italia dei social e delle app.

Non lo so e posso ipotizzarlo solo seguendo il fil rouge della sua opera, specie quella saggistica degli Scritti corsari e delle Lettere luterane.

Certo, la mutazione antropologica, in senso capitalistico e consumistico, già preconizzata dalla Scuola di Francoforte, sembra compiuta.

Talmente tanto che pare ormai realizzata la trasformazione di Proteo in Uroboro.

Su questo aspetto riflette, in termini ecologici e possibilisti, Stefano Cingolani in “Il capitalismo buono. Perché il mercato ci salverà“.

Se però  in girum imus nocte et consumimur igni, a dirla col palindromo di Debord, la testa del serpente è la nostra e speranze non se ne intravedono. Vaghiamo nell’oscurità, della coscienza e della conoscenza, e siamo consumati dal fuoco. E non ce ne rendiamo conto: tragedia nella tragedia.

Immagino dunque che Pasolini non avrebbe amato questa Italia, più volgare, becera, doppiogiochista e opportunista di quella che è stata fatta lasciare a lui, troppo presto, nel 1975.

E immagino anche che a gran parte degli italiani, forse anche a qualcuno di quelli che, solerti, lo ricordano quest’anno, in occasione del centenario della nascita, Pasolini non sarebbe piaciuto proprio per niente.

Non un profeta, ma un menagramo complottista e forse pure un po’ reazionario, nel suo essere non imbrigliabile in logiche sempre più dualistiche e manichee.

Io so, ma non ho le prove

Pasolini prima di morire lamentava di non avere voce, o meglio, di avere una voce non più compresa, in un’Italia dove forse ancora essere un intellettuale aveva un valore.

Si sentiva già morto da vivo, e oggi forse non esisterebbe affatto; la sua voce sarebbe stritolata tra un’interruzione pubblicitaria e un’immagine pornografica (in senso lato, ché il dolore non digerito dovrebbe essere rispettosamente privato).

Più che celebrare, quindi, forse sarebbe bene leggere o rileggere le opere dell’autore friuliano, accettando che non sia (e non abbia mai voluto essere) il santino che spesso si tenta di farne.

E magari si potrebbe anche prendere da lui ciò che di sicuro ha lasciato come testamento ideale: fare che l’agire sia di esempio, non il solo parlare; avere il coraggio della coerenza.

Il resto lascia il tempo che trova. Domani è rossellianamente un altro giorno e quei quattro aforismi – sempre gli stessi – saranno scrollati via da tutte le homepage.

Dacia e Pier Paolo

Dacia Maraini opta per un approccio affettivo. Lo fa incrociando le memorie con la storia:

Ricordo che una volta, credo fossimo in Congo, davanti a un paesaggio grandioso, arcaico, dalle profondità azzurrine, mi hai detto che avevi capito cosa fosse l’immortalità.

Sceglie di optare per lo strumento epistolare, forse per schermarsi, ma non in senso negativo.

Non è una delega di responsabilità, quella di Maraini, ma forse un ombrello per non soccombere sotto la pioggia di lapilli del sentimentalismo.

Insomma, l’approccio è così sinceramente sentimentale da divenire una dichiarazione di intenti. Come se l’autrice dichiarasse: solo così posso raccontare chi è stato per me è Pier Paolo Pasolini.

La scrittrice fiesolana instaura una sorta di dialogo con Pasolini e con i suoi ricordi di Pasolini; prova in definitiva a sondarne la forza civile e poetica (termine che preferisco di gran lunga e che mi sembra più calzante di “profetico”), ieri come oggi. Come se lo scrittore e regista di Casarsa fosse ancora qui/lì, davanti a lei, pronto a rettificare o a precisare una posizione. Perché, in fondo, è proprio così.

Non so se ti rendi conto della attualità del tuo pensiero di quegli anni, Pier Paolo.

Ma c’è una grande conquista epistemologica in questo libro che, per quanto è un abbraccio, sfiora la natura del memoir non apologetico. Non ci si può pacificare con il pensiero di Pasolini che fu corsaro ed eretico, sì, ma fu soprattutto, e rimane, un uomo libero.

Se Pasolini è un autore che vi è caro, consiglio di leggere Caro Pier Paolo e di lasciarvi avvolgere dal suo tepore. Un libro che termina con “un sogno felice”: ne abbiamo bisogno.

Da leggere, se si ama Pasolini

“Qualcosa di scritto” del Premio Strega Emanuele Trevi. Una storia nella storia, sulle orme del grande incompiuto, “Petrolio“.


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